Sono fotografo napoletano, vivo e lavora a Milano. Nato alle pendici di un vulcano pronto per esplodere, ho camminato per anni sopra una caldera piena di magma, e vivo l’istante fotografico e l’importanza della vita e delle storie con la classica propensione partenopea: passione, calore, relazione, poco attaccamento alle futilità e valori superficiali. Ho imparato a cogliere la bellezza del momento e della combinazione, ho cercato frammenti di me sparsi nel mondo, il che significa assorbire le storie che ci cadono intorno, raccoglierle al volo, farle proprie, sicuri che quei momenti non ritorneranno. Usando la fotografia ho iniziato a raccogliere reportage concettuali, prima a Napoli e poi in giro per le città italiane, approfondendo gli ideali di bellezza, la pulsione al possesso degli oggetti, all’uso asociale dei social network, alla politica dell’infelicità. Dopo aver lavorato con la musica e case discografiche, dopo aver scattato sui campi da Rugby, dopo aver ritratto tatuatori, ballerine, rapper, ho iniziato a raccontare storie di equipe mediche in zone disagiate, da Bucarest fino a Calcutta, dalla Sierra Leone all’Uganda, dal Kurdistan Iracheno alla Tanzania, approfondendo il Bangladesh fra Dhaka e Khulna, mettendo a disposizione la mia anima e la mia professionalità a ONG, associazioni, enti, missionari. Frutto di questa collaborazione è un insieme di storie e racconti declinati con diversi medium, quali mostre fotografiche, libri, conferenze, siti internet, iBook. La fotografia è uno strumento di indagine, e nasce sempre da una domanda. Diventa sempre un mezzo per approfondire e guardare oltre le proprie convinzioni, le proprie idee e preconcetti, oltre la barriera obnubilante dell’opinione. Spostarsi per guardare dietro l’angolo, arrivare più lontano possibile -fisicamente e dalle proprie convinzioni- tornare a casa e dire “guarda cosa ho visto, guarda cosa ho scoperto, guarda chi ho conosciuto”. Fotografare vuol dire scrivere, domandare, conoscere, ricordare, raccontare.